Dalla Rivoluzione Verde all’Agroecologia

Il “movimento agroecologico”, nasce dall’esigenza ambientale, sociale ed in certi casi anche economica, di ricercare un approccio agricolo diverso rispetto quello che ha interessato il periodo del dopoguerra, in particolare, a seguito della Rivoluzione Verde. Stiamo parlando della fine degli anni ’60 ed inizio degli anni ’70.

Il concetto agricolo nel periodo post bellico, viene considerato da molti come un’agricoltura “di guerra”. Infatti, molte delle innovazioni apportate a questo settore, derivano proprio da residui e riadattamenti dell’industria pesante. Ci si riferisce in particolare alla sintesi delle prime molecole di agrofarmaci (prodotti fosforganici, ditiocarbammati e ormonici) e del loro impiego nel controllo delle erbe spontanee e parassiti delle colture, nonché ai fertilizzanti azotati di sintesi.

Durante la Rivoluzione Verde (iniziata ufficialmente in Messico nel 1944), queste sostanze divennero sempre più indispensabili ed entrarono a far parte dei cosiddetti “pacchetti” produttivi. Questi erano costituiti da sostanze di sintesi, ingenti quantitativi di acqua, intensa meccanizzazione e basati sull’utilizzo di sementi migliorate e certificate. Il miglioramento genetico, in particolare la scoperta dell’ibridazione permessa dal genetista italiano Nazareno Strampelli, fu una delle novità più influenti nell’incremento delle rese.

L‘attività agricola, passò allora da una scala di sussistenza ad una scala di mercato subendo un processo di industrializzazione tendente al fordismo. Ciò comportò una perdita della visione olistica, provocata da una eccessiva settorizzazione delle attività con conseguenti scompensi ambientali.

Un problema molto risentito, in particolare nei paesi in via di sviluppo, è quello dell’erosione genetica provocata dalla crescente diffusione di poche cultivar migliorate ed utilizzate in agricoltura, con un inquietante accentramento produttivo nella commercializzazione delle sementi che è andato sempre più verso un regime monopolista.

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Struttura dell’industria dei semi nel mondo (Fonte: Howard, 2009)

Basti pensare che a livello globale ritroviamo solo 12 specie da granella coltivate, 23 specie di orticole e 35 specie da frutto e che solo il 90% delle calorie acquisite dall’uomo nella sua dieta, provengono da appena 30 colture. E’ facile quindi immaginare le conseguenti condizioni di instabilità produttiva e salutistiche dovute ad una tale semplificazione della dieta. Ad oggi, ancora il 66% della popolazione mondiale (4.7 miliardi di persone) è malnutrito, secondo la FAO ed il WHO, proprio anche per questa semplificazione del programma produttivo, quindi della dieta.

Con la “Green Revolution”, divenne sempre più diffuso il concetto di monocoltura, che trasformò completamente l’idea di paesaggio agrario concorrendo a forti perdite di biodiversità; perdite, poi implementate dall’uso massiccio di agrofarmaci e diserbanti ad ampio spettro.

Gli agroecosistemi diversificati sono molto più stabili rispetto a quelli poveri di biodiversità. La varietà vegetale ed animale è elemento fondamentale nella salvaguardia della salute delle piante. Per questo motivo, i sistemi monocolturali, sono strettamente dipendenti dall’impiego degli agrofarmaci, che a loro volta mettono in serio pericolo la salute degli agricoltori, del suolo e delle riserve idriche. Per citare qualche numero, all’inizio del XXI secolo, il mercato mondiale degli agrofarmaci ammontava a 25 miliardi di dollari, con costi ambientali e sociali di circa 8 miliardi di dollari l’anno.

L’agricoltura della Rivoluzione Verde, la si può anche definire un’agricoltura “fossile”, in quanto è largamente dipendente da fonti energetiche non rinnovabili. Gli stessi agrofarmaci non potrebbero essere sintetizzati senza la presenza di queste materie prime. Un altro fattore di forte dipendenza dalle fonti fossili è la necessità della meccanizzazione. Le calorie umane e animali che prima venivano investite nella produzione del cibo, sono state soppiantate dalla combustione dei derivati del petrolio, consentendo una riduzione delle unità lavorative con la possibilità di lavorare più superfici in meno tempo, ma riducendo l’efficienza energetica spesa per unità di prodotto ottenuto ed alimentando l’emissione di gas climalteranti. La forte meccanizzazione è anche uno di quegli elementi che ha portato ad evidenti modificazioni nell’organizzazione aziendale, sviluppando coltivazioni estensive e poco diversificate. Vengono allora a mancare le siepi e le alberature, elementi di intralcio alle macchine, ma fondamentali per creare un agroecosistema stabile e resiliente. Inoltre, le profonde lavorazioni hanno e stanno portando alle sempre più numerose problematiche di desertificazione.

Il fenomeno della desertificazione, prevede un forte impoverimento organico dei suoli, il che rende necessario fare ricorso a fertilizzanti minerali di sintesi. L’uso massiccio di questi prodotti, introdotti a seguito della Rivoluzione Verde, concorre alla perdita di sostanza organica, salinizzazione, alcalinizzazione dei suoli e inquinamento dei sistemi acquiferi (in particolare a causa dei concimi azotati, in quanto molto mobili). Come evidenzia l’immagine seguente, la Rivoluzione Verde, ha portato ad un massiccio aumento del consumo dei concimi minerali dagli anni ’60.

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Trend del Consumo mondiale di fertilizzanti (Fonte: Royal Society, 2009)

Come dimostrano diversi studi, la presenza nell’ambiente di ingenti quantità di azoto, ha avuto effetti anche sulla salute delle persone, confermando la correlazione tra la presenza di metaemoglobinemia infantile, tumori allo stomaco, alla vescica e all’esofago negli adulti, all’ingestione di azoto. L’azoto è, inoltre, una delle molecole responsabili del fenomeno di eutrofizzazione, ovvero delle massicce fioriture algali nei bacini idrici, a cui consegue un forte consumo di ossigeno per la loro decomposizione.

Tutte queste considerazioni, possono essere raggruppate all’interno delle conseguenze dirette sugli ecosistemi di questo nuovo approccio agricolo. Analizzando il fenomeno secondo un punto di vista socio-economico, le considerazioni, sono altrettanto interessanti.

E’ evidente che la Rivoluzione Verde ha apportato notevoli incrementi di resa, il che fa supporre un maggior accesso ed una maggiore disponibilità di cibo. Considerando però il fatto che il destinatario finale dell’agricoltura industriale è il mercato, quanto detto sopra, non è completamente vero. A beneficiare di questo evento, sono stati in gran parte gli agricoltori con la maggiore disponibilità di capitale, mentre le realtà familiari hanno subito una forte discriminazione sul mercato. Basti pensare che intorno al 1980 il 22,5% della popolazione latinoamericana era caratterizzato da poveri contadini, con picchi dell’85% della popolazione rurale, considerabile in condizioni di povertà. Un sistema agricolo aperto al mercato globalizzato, crea non poche disparità nella qualità della vita delle popolazioni. Oltretutto, i piccoli agricoltori, hanno subito i danni provocati dalla semplificazione degli agroecosistemi, rendendo ancora più precarie le loro condizioni produttive.

Oggigiorno, un altro problema molto sentito dai piccoli agricoltori è quello dei cambiamenti climatici. Gli scompensi di approvvigionamento idrico dovuti alle inconstanti e sempre più violente precipitazioni, stanno mettendo a dura prova quelle regioni agricole che fanno forte affidamento sulla pioggia come elemento primario per l’irrigazione. E’ evidente l’impatto generato dalle pratiche agricole industriali, nei confronti dei cambiamenti climatici, a seguito della liberazione del carbonio dal suolo ad opera delle lavorazioni, della deforestazione (17% delle emissioni), dell’impiego di combustibili fossili, del metano prodotto dall’allevamento animale (14,3% delle emissioni) e degli ossidi di azoto per la produzione dei concimi azotati.

Sotto un profilo antropologico, invece, la standardizzazione agricola ha generato una perdita di saperi e conoscenze locali, che rispondevano efficientemente alle esigenze dei diversi ambienti.

Attualmente, dobbiamo mantenere alta la guardia, in quanto stiamo andando incontro ad una seconda Rivoluzione Verde, rappresentata dall’introduzione degli organismi geneticamente modificati (OGM). I possibili impatti sugli agroecosistemi a seguito dell’introduzione di queste tecnologie possono essere riassunti molto sinteticamente in questo modo:

-Minaccia della diversità genetica;

-Possibile trasferimento accidentale di geni, in particolare, riferito alle erbe spontanee;

-Insorgenza di resistenze da parte di alcuni fitofagi (resistenza della Piralide alla tossina BT);

-Possibilità che, in piante che esprimono sequenza virali, si creino nuovi genotipi virali dalla ricombinazione degli RNA e che questi vengano trasmessi tramite il polline;

-Preoccupazioni legate all’accumulo della tossina BT all’interno della catena del detrito con successive alterazioni della stessa;

-Possibili e controversi danni alla salute dei consumatori e problematiche di carattere etico e sociale.

-per approfondimenti, vedi qui

E’ interessante notare, come i fautori di questa nuova tecnologia, siano gli stessi che hanno consentito lo sviluppo dell’agricoltura dipendente dagli agrochimici e quindi, di come queste introduzioni nascano da un’esigenza prettamente economica e non di certo per rispondere alle esigenze attuali dell’umanità.

L’agroecologia vuole dunque ribattere a questo sviluppo insostenibile dell’agricoltura, riportando l’attenzione rispetto alla possibilità di produrre cibo attraverso tecniche più democratiche, meno centralizzate e più rispettose dell’ambiente e dell’uomo. E’ importante riflettere di come nel prossimo futuro, a seguito dell’incremento demografico (9 miliardi di persone entro il 2050), saremo portati ad incrementare la produzione di cibo oltre il 70% ed allo stesso tempo, far fronte ai problemi sollevati dai cambiamenti climatici. L’agroecologia, e quindi l’agricoltura multifunzionale di piccola scala, che oggi provvede ad alimentare ben 2,6 miliardi di persone nel mondo, può rappresentare la risposta più esaustiva alle incertezze future. Oltre alla sola considerazione di pratica agricola, l’agroecologia può rappresentare il cambio di paradigma nella concezione del ruolo dell’umanità, rispetto alla natura e quindi portare giovamento anche tra i rapporti umani.

Che cos’è di preciso l’Agroecologia?? Ne parleremo nella prossima nota! 😉

 

Per approfondimenti:

-Altieri M.A., Nicholls C.L., Ponti P. (2015). Agroecologia: Una via percorribile per un pianeta in crisi, Milano, Edagricole.

-Rabhi P. (2008). Il Manifesto per la terra e per l’uomo, ADD Editore, 2011

-Shiva V. (2005). Il bene comune della terra, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Universale Economica Feltrinelli

-Carson R. (1962). Primavera Silenziosa, Feltrinelli, Milano Universale economica saggi

-FAO (2009). The State of Food Insecurity in the World Economic Crisis: Impacts and Lessons Learned, Rome

-IPCC. (2007). Glossary. In:IPCC, Parry M. L. et al, eds. Climate Change 2007: Impacts, Adaptation and Vulnerability, Contribution of Working Group II to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change. Cambridge, Cambridge University Press.

-Pimentel D., Andow D., Dyson-Hudson R., Gallahan D., Jacobson S., Irish M., Kroop S., MossA.,Schreiner I., Shepard M.,Thompson T., Vinzant B. (1980). Environmental and social costs of pesticides: a preliminary assestment, Oikos 34: 126-140.

-Marvier M. (2001). Ecology of transgenic crops, American Scientist, 89:160-167.

 

Un commento su “Dalla Rivoluzione Verde all’Agroecologia

  1. Pingback: Il Pensiero Agroecologico – ORTISTI DI STRADA

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