E se l’agricoltura naturale ci salvasse?

Siamo in una fase di attesa. Un’attesa per il peggio che il futuro ci conserva; ma è un peggio che può divenire occasione di crescita e di riflessione.

L’ONU e la FAO, ci indicano che entro il 2050, la popolazione mondiale sfiorerà i 10 miliardi di persone e che per sostenere l’ingente incremento della domanda di beni alimentari, sarà necessario produrre oltre il 70%  di cibo in più rispetto ad oggi. Evidenziate queste sfide, sono tante le possibilità che vengono proposte: organismi geneticamente modificati, incremento della meccanizzazione, formulazione di principi attivi e fertilizzanti sempre più efficaci…ma non basta. Non è sufficiente, in quanto l’agricoltura è quell’attività produttiva che incide per oltre il 20% nell’emissione di gas climalteranti e non sarà più sostenibile fomentare pratiche che richiedono l’investimento di ingenti quantitativi energetici ed economici.

A questo punto pare spontaneo chiedersi: “ma l’agricoltura naturale, può veramente competere in termini produttivi, con quella industriale?”, la risposta è “dipende”. Dipende, in quanto, l’agricoltura naturale non potrà mai funzionare con lo stesso approccio di quella moderna. Non potrà mai essere efficace su grandi estensioni e quindi non potrà contare su grandi investimenti.

La parola d’ordine a questo punto è “DIFFUSIONE”. Creando reti in cui tutti si impegnano ad appropriarsi della loro fetta di autosufficienza alimentare, ci si libera dal mercato delle grandi scale acquisendo così resilienza ambientale, sociale ed economica. Così, non saremo più obbligati a produrre per il “mercato”, ma per noi stessi, le persone che ci stanno vicine e l’ambiente in cui viviamo, trasformandoci da meri consumatori passivi ad attivisti con l’intento di compiere l’atto più rivoluzionario del mondo.

Postulando questa auspicabile condizione, in cui tutti divengono un po’ agricoltori, allora la risposta è “si, l’agricoltura naturale è benissimo in grado di rispondere alle esigenze del futuro”. Per farlo è ovviamente richiesto un minimo di impegno personale, ma che poi non solo ripaga in termini di prodotti, ma anche in termini di legami con la natura e le persone.

Non c’è bisogno di stuzzicare in maniera invasiva il patrimonio genetico di alcune piante, di costruire macchine sempre più grandi per gestire sempre più terra in meno tempo o di sterminare intere popolazioni di insetti solo perchè fanno il loro lavoro di regolatori ecosistemici. L’unica cosa che dobbiamo fare, è partire da noi. E cambiando noi stessi, il mondo diverrà lo specchio del nostro cambiamento (Tiziano Terzani).

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