I limiti della Scienza Agraria

Questa riflessione, dal titolo indubbiamente provocatorio, vuole sintetizzare un’interessante discussione svoltasi poco tempo fa tra amici, durante il ritorno da una gita fuori porta.

Partendo da una prima analisi incentrata sul rapporto intercorrente tra lo sviluppo tecnologico e le rappresentazioni artistiche, ci siamo ritrovati all’interno di un’accesa discussione nel merito dei limiti del Metodo Scientifico, nella rappresentazione della realtà.

Da una parte una mente estremamente razionale, forte di argomentazioni logicamente invincibili e dall’altra più menti  intuitive che si interrogavano sulla reale efficacia di questo strumento nell’indagine della Complessità.

Nessuno vuole mettere in dubbio gli effettivi benefici che l’approccio scientifico moderno ha apportato alla Civiltà Umana, ma la critica sorge qualora si indaghino le cause che determinate scelte hanno apportato e apporteranno in futuro. Queste stesse cause, di fatto, non sempre sono prevedibili, ma è proprio la limitatezza del Metodo Scientifico che ci impedisce di individuarle e quindi di permetterci un discernimento nelle scelte in maniera completamente consapevole.

Veniamo ora all’esempio dell’agricoltura. Per rendersi conto di quanto l’applicazione della scienza discriminante applicata a questo campo, sia addirittura distruttiva, partiamo dall’elemento di maggiore complessità dell’agroecosistema, il suolo e dalla pratica agricola per eccellenza, l’aratura: storicamente l’aratura viene praticata come prima lavorazione tra le operazioni necessarie alla preparazione del “letto di semina”, con lo scopo di rendere il terreno meno compatto  e prepararlo alle successive fasi di affinamento, oltre che ripulire il terreno da erbe indesiderate. Questo in vista della concezione secondo cui il seme deve presentare la massima aderenza con le particelle del suolo e il germoglio, la minima competizione con le altre piante. In questo modo, la scienza ha risposto a queste due necessità sviluppando la tecnica dell’aratura. Purtroppo però, arando il terreno  sempre più spesso e sempre più in profondità, come hanno permesso le macchine della Rivoluzione Industriale, tende ad impoverirsi di sostanza organica diminuendo la propria fertilità. Non essendo allora più sufficienti gli apporti di ammendanti organici la scienza della chimica, grazie allo sviluppo dell’industria, ha messo a disposizione i minerali chimici di sintesi con lo scopo di compensare questo gap nutrizionale delle piante. Benissimo, la scienza ha nuovamente risolto il nostro problema…in realtà no, in quanto l’uso massiccio di queste sostanze e la loro dipendenza affinchè venga garantita la produzione, non potrà essere sostenibile a lungo termine. In primis perchè un uso prolungato dei concimi di sintesi, anche se impiegati in modo responsabile, abbinato alle lavorazioni agricole tradizionali porta ad un inevitabile fenomeno di desertificazione (perdita di sostanza organica e destrutturazione del suolo) ed in secondo luogo perchè hanno degli effetti poco piacevoli sugli ecosistemi (che a loro volta si manifestano in spese per la comunità). La dipendenza da queste sostanze, non potrà durare in eterno, perchè tutte ottenute da materia prima non rinnovabile o che richiede un ampio dispendio energetico per essere ottenuta. Ultimamente, molti studi, sono indirizzati verso il potenziamento dell’autofertilità dei suoli e quindi il ruolo dei microrganismi nella nutrizione vegetale. I risultati ci dicono che i batteri del terreno, lavorano bene in condizioni di bassa “perturbazione” e che i suoli microbiologicamente più attivi, sono quelli meno lavorati. Ecco allora che la causa dello sviluppo dell’aratura, diventa l’effetto stesso che ha provocato l’utilizzo di questa tecnica.

Un altro esempio, può essere sicuramente quello relativo alla difesa delle piante. Una volta individuata un’infestazione, la scienza agraria ti propone subito “la medicina” al problema. Così facendo però, non si tiene in conto dei danni indiretti che potrebbero subire altre popolazioni di insetti. Ecco che allora il primo problema viene risolto, ma poi ne subentrano ulteriori per effetti indiretti provocati dalla soluzione adottata alla prima causa.

Citando le parole di Fukuoca, “dietro ogni causa, si celano innumerevoli altre cause e qualsiasi tentativo di risalire alle loro origini non fa altro che distoglierci dalla comprensione della vera causa“. Nell’esempio dell’aratura, vediamo come sia facile confondersi senza più percepire quale sia la causa o quale l’effetto:

causa: condizioni idonee alla crescita delle piante —>effetto: aratura—>causa: degradazione del suolo—>effetto: cattive condizioni per la crescita delle piante—>causa: ricerca di pratiche alternative meno perturbanti—>effetto: condizioni idonee alla crescita delle piante.

Vediamo quindi che non esiste più un concetto lineare di “causa-effetto”, come enunciato dalla Scienza Newtoniana del 1600, ma più che una linea, sembra un cerchio chiuso o pronto ad aprirsi per interagire con altri concetti.

Ora qualcuno potrà asserire che le pratiche alternative, sono comunque state ottenute a partire dal Metodo Scientifico. Non è completamente vero, in quanto le considerazioni nascono da una semplice constatazione di quello che avviene in natura, ovvero la non lavorazione dei suoli. Nel primo caso, invece, il Metodo ha discriminato introducendo una pratica estranea a quello che comunemente avviene in natura.

Le conclusioni vertono su riflessioni puramente personali ed interpretative: il Metodo Scientifico non fa altro che prendere una porzione del fenomeno analizzato semplificandolo con la realizzazione di un modello che ne rappresenti i tratti salienti. Il modello non è altro che un’approssimazione dell’accaduto. Il problema sorge facendo valutazioni su altri fenomeni affidandosi ad una modellistica esistente. In questo modo si viene a creare l’approssimazione dell’approssimazione e nel tentativo di lettura del fenomeno complessivo, si perdono dei pezzi molto importanti.

L’azione complessiva non è la somma delle singole parti, ma molto di più“.

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