Gli OGM non faranno male alla salute, ma fanno male al Pianeta

E’ di qualche giorno fa la notizia dello studio pubblicato su Scientific Reports di Nature, condotto ed elaborato da un gruppo di ricercatori della Scuola superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa, secondo cui il mais geneticamente modificato non comporterebbe rischi per la salute dei consumatori, anzi la migliorerebbe.

Questo in vista del fatto che coltivazioni di mais contenenti il gene tipico di un microrganismo (Bacillus thuringensis) deputato alla sintesi di una particolare tossina letale per alcuni artropodi, ridurrebbe l’impiego di pesticidi per debellarli.

In realtà, questa condizione, perdura solamente nel breve periodo in quanto l’azione della tossina agisce continuamente intrinsecamente alla pianta, portando ad una forte pressione selettiva nei confronti degli insetti target. Questa conseguenza comporta nel medio-breve termine la comparsa di insetti resistenti e quindi successivamente la necessità di utilizzare ingenti quantità di prodotti chimici per il loro controllo.

Infatti, già nel 2011, un gruppo di entomologi dello Iowa State University, in una lettera indirizzata all’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) avevano lanciato l’allarme per la presenza di una vasta popolazione di insetti (Diabrotica) diventati resistenti in particolare alla proteina Cry3Bb1, in Illinois, Iowa, Minnesota, Nebraska e Sud Dakota. Gli stessi affermeranno che le tecniche che necessariamente dovranno essere sviluppate per controllare le popolazioni, porteranno ad un inevitabile aumento dei costi di gestione e del danno ambientale. Un danno anche per l’agricoltura biologica, che vede nell’impiego del Bacillus un elemento fondamentale per la lotta biologica.

Si ritiene dallo studio, che il mais GM, contendendo i danni da insetti nel breve periodo, sviluppi inoltre minori problematiche da presenza di micotissine durante lo stoccaggio. Questo aspetto è in realtà fortemente dipendente non tanto dal fatto che il mais sia transgenico oppure no, ma piuttosto dall’applicazione di pratiche agronomiche come l’avvicendamento colturale, pratica necessaria anche al mantenimento della fertilità del terreno e di un buon livello di biodiversità (elementi che in un sistema a OGM verrebbero a diminuire).

Al di la di ciò, il problema della diffusione delle colture geneticamente modificate, non riguarda prevalentemente l’aspetto della salute umana (anche se è quello che fa più scalpore). Le problematiche sono ben altre: in primis la possibile perdita di biodiversità vista l’uniformità dei sistemi agricoli cui si prestano queste colture e la possibilità che le coltivazioni transgeniche “inquinino” specie spontanee affini (presenza di DNA transgenico ritrovato all’interno di varietà autoctone di mais coltivate in regioni prossimali a Oaxaca in Messico); la comparsa di organismi resistenti (insetti, come dimostra il caso del mais e del cotone BT o erbe infestanti come Amaranthus palmeri e Conyza canadensis resistenti al glifosate impiegato su soia GM ); possibili accumuli della tossina BT nel terreno dai residui colturali; problematiche relative alla possibile diffusione di antibiotico-resistenze (attualmente l’antibiotico-resistenza è una caratteristica associata al gene da trasferire, per un suo riconoscimento); forte concentramento del mercato dell’agribusiness (gli OGM attualmente in uso, non rispondono ad effettive esigenze agronomiche ma solo a vantaggi economici per le industrie). Rispetto a quest’ultimo punto è’ interessante notare, come i fautori di questa nuova tecnologia, siano gli stessi che hanno consentito lo sviluppo dell’agricoltura dipendente dai pesticidi e quindi, di come queste innovazioni nascano da un’esigenza prettamente economica e non di certo per rispondere alle esigenze attuali dell’umanità.

La cosa più sconcertante è che nel mondo stiamo correndo questo rischio, non per sfamarci, ma per dare adito all’industria della carne e degli allevamenti intensivi (tra l’altro, la prima causa per quanto riguarda l’emissione di gas serra). Spesso si sente dire che gli OGM occorrono a ridurre il problema della fame nel mondo…negli USA il 70% della granella è destinata all’alimentazione animale e di questo 70%, più del 90% è transgenica. Ora vorrei sapere chi tra coloro che soffre la fame, potrebbe permettersi una braciola. Il problema della fame nel mondo non è certamente una questione di quantità, ma meglio di distribuzione della ricchezza.

E se è vero che “la scienza non è altro che una perversione se non ha come fine ultimo quella di migliorare la condizione dell’umanità”, la ricerca ATTUALE sulle coltivazioni transgeniche potrebbe benissimo rientrare in questa definizione. La ricerca nel campo delle pratiche agroecologiche, potrebbe altrimenti portare all’elaborazione di tecniche alla portata di tutti (senza discriminazioni su base dell’entità del capitale degli agricoltori), libere, riproducibili, resilienti, economiche e socialmente accettabili. Oltretutto, esistono delle pratiche molto precise nel campo del miglioramento genetico, che consentono di ottenere piante con caratteristiche veramente utili senza operazioni di tagli e cuci dalle conseguenze imprevedibili. E ad ogni modo uno studio comparso su “Lancet” nel 2015, dichiarava che non vi è un consenso unitario sulla sicurezza degli OGM, anche in vista di risultati discordanti tra gli studi.

In conclusione, un argomento di così grande complessità giustificato da basi molecolari ancora non del tutto conosciute, aldilà del Dogma Centrale della Biologia e contestualizzate ad un’area di intervento ancor più complessa quale appunto il pianeta intero e chi vi abita, non può di certo essere letto nella sua completezza e nella sua chiarezza semplicemente analizzando le tendenze del ventennio in cui gli OGM sono stati coltivati. Sarebbe come studiare il sole su base dei dati ottenuti dalla nascita della scienza moderna e dire di comprenderne appieno le sue ciclicità nei miliardi di anni.

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